Giovedì, 09 Settembre 2010
Regione Piemonte
Comune di Monleale
Comune di Monleale
Provincia di Alessandria
 
Il Comune
  » Organi Istituzionali
  » Statuto e regolamenti
  » Deliberazioni
  » Uffici Comunali
  » Avvisi e Bandi
  » Risultati Elettorali
  » Stralcio PAI e PRGI
  » Storia di Monleale
  » Economia e Territorio
  » Foto Gallery


Servizi al Cittadino
  » Cosa Visitare
  » Itinerari Pellizziani
  » Modulistica
  » Graduatoria Alloggi
  » Orari Farmacia
  » Che Tempo Fa?
  » Numeri Utili
  » Come Arrivarci
  » Orari Autolinee ARFEA








Storia di Monleale


La storia di Monleale segue di pari passo l'andamento storico locale, dal feudo Medioevale al possedimento rinascimentale, fino all'Epoca Moderna e al Regno d'Italia.

Le prime notizie di Monleale risalgono al 1172, quando i signori del luogo, appartenenti al consortile supponide–viscontile dei signori di Volpedo, cedettero con un atto al Vescovo Oberto ed al Comune di Tortona un monte già detto “della Forca” e poi soprannominato Monslegalis che venne loro restituito in feudo.

Con il diploma di riconciliazione del 1176 tra Federico Barbarossa ed il Comune di Tortona, il fortilizio veniva assegnato al contado della città.

Già feudo degli Opizzoni, passò successivamente ai Visconti di Milano e nel 1412 fu investita al capitano Perino Cameri, detto da Tortona, la cui pronipote ne portò in dote la metà al marito Giulio Guidobono, che ne fu investito nel 1555.

A metà del XVIII secolo, Monleale col Tortonese entra a far parte dei domini di Casa Savoia con il Re Carlo Emanuele III.

Sotto l’Impero di Napoleone I viene ingiunto alla popolazione di provvedere “all’esaltazione della grandezza imperiale”.
Nel 1815, con la restaurazione, il territorio diventa Comune autonomo, appartenente prima al Piemonte e poi al Regno d’Italia.

Alla fine del XIX secolo, Monleale diventa capolinea della Tramvia Tortona-Monleale, il nuovo mezzo di comunicazione, anche commerciale, che giova molto al progresso della valle; attorno alla stazione è sorto l’attuale corso Roma.

Nel 1927 Mussolini lo aggrega a Volpedo: l’autonomia viene riacquistata alla caduta del Fascismo, precisamente nel 1948, con lo stesso territorio di prima.

L’economia di Monleale è prevalentemente agricola: è uno splendido balcone sulla Pianura Padana, luogo eletto per la produzione di grandi vini e di frutta di ottima qualità, tra cui un posto di rilievo è occupato dalle pesche.

Da ricordare sul territorio la presenza di una Roverella (detta “Rugrou”) di circa trecento anni, ora purtroppo seccata, che era entrata a far parte della Raccolta di Alberi Monumentali del Piemonte a cura dell’I.P.L.A. A questa pianta era legata la storia di un suo possidente settecentesco la cui figura è assimilabile a quella del Don Rodrigo manzoniano.


IL MARCHESE MALASPINA A MONLEALE

Cronaca nera e imprese sentimentali di un prepotente del '600

Sul colle di Monleale, " feudo ove teneva molte delle sue sostanze", signoreggiava intorno alla metà del secolo XVII il Marchese Giuseppe Malaspina, che ivi visse l'ultima parte di vita non da tutti benvoluto, compiendo azioni prepotenti, tra cui una verso una sua "Lucia" di Profigate. Italo Cammarata, che le ha scovate e narrate diffusamente, a buona ragione intitola: " Un Don Rodrigo a Monleale". Malaspina fu infatti buon collega del personaggio manzoniano in imprese e malefatte. Anch'egli aveva i suoi bravi e i suoi Griso.

Solo che il nostro, più avveduto, aveva buoni rapporti con il clero, certamente con il Vescovo. Da buon tattico, era entrato a farne parte con il ricevere la tonsura, allora compatibile con una condotta tutt'altro che ecclesiastica. Aveva pure emesso i voti di celibato. Risulta che le malefatte giovanili furono attuate specialmente in quel di Godiasco ove "il padre era feudatario per un quarta parte". Sono elencate in un dettaglio del Pretore di Tortona: sequestro di persona a scopo di piacere, ferite plurime per lo stesso motivo, liti col fratello e tentativo di omicidio.

A suo tempo piovvero accuse, ne seguì il processo penale e la condanna: dieci anni di esilio che egli scontò fino al 1672. Al termine, domandata al Vescovo la dispensa per il matrimonio, convolato a nozze, ebbe una figlia, Margherita, e lo troviamo nella seconda metà del secolo a vivere gaudente tra gli ubertosi vigneti posseduti a Monleale, in particolare a Terenzano. Ma come si comportava?

Negli scritti rimasti archiviati a Milano due testimonianze, partendo dalla stessa base e dirette verso la stessa meta, riflettendo la stessa persona, hanno suonate finali ben diverse, anzi contrarie.

Abbiamo un esposto molto dettagliato, scritto senza firmarlo, dal sacerdote don Carlo Frascaroli contenente i seguenti capi di accusa:

 - il marchese Malaspina ha fatto rapire Maria Rolandi di Profigate, appena sposata con Cesare Mola e "da quattro anni la tiene pubblica concubina";
 - il Malaspina, come aveva già fatto a Godiasco, continua a circondarsi di banditi come Giovanni Bosmenso e Agostino Maschioso di Garbagna;
 - ha fatto rapire Dominchina di Anna tenendola nascosta per tre giorni.
L'esposto conclude chiedendo "al podestà di Tortona o altro ministro di man suprema che astringa detto marchese delinquente a consegnarsi, et poi (il giudice), si porti a Monleale ed ivi prenda le dovute informazioni et prove secondo la qualità dei delitti commessi dal marchese, ma prima farlo ponere al sicuro o farlo levare dalla Patria, altrimenti con le sue solite minacce et autorità intimorerà li testimoni".

Invece, pochi giorni dopo, una deposizione di tre consoli di Monleale dichiara solennemente:" non è mai stato mente dei sudditi di Monleale di porgere alcuna querella né lamento contro il marchese. Anzi acciochè indebitamente non venga travagliato et molestato sopra le solite false accuse attestiamo con giuramento che sempre siamo stati assistiti con tutta benignità et amorevolezza dal Marchese né a nostra notizia è giunto che habbi oppresso alcuno né dato il minimo dispiacere ad alcuno in questa giurisdizione di Monleale".

Frattanto il sacerdote don Frascaroli viene chiamato ad audiendum verbum (a rapporto) dal vescovo e dovrà sostare nelle carceri vescovili a meditare le contrarietà del mondo ed in particolare che non era facile impresa accusare blasonati al potere. Volendo un raffronto con il don Rodrigo manzoniano constatiamo che quello residente nel celebre palazzotto sul colle in quel di Lecco, venendo la peste a far giustizia (come a modo suo commentava don Abbondio) finì i suoi giorni in giovane età, in un lazzaretto assistito da padre Cristoforo; mentre il residente sul nostro colle lo troviamo alla fine del secolo e precisamente nel 1690, ancora a vivere baldanzoso e signoreggiare a Monleale.

Così andava il mondo nel secolo XVII.

(da A. Bassi, "Storie della Val Curone" - Ed. Guardamagna – Varzi, 1997)


MONLEALE CONTRO VOLPEDO

Ossia ghibellini contro guelfi per rivalità paesane.

Il feudo era un territorio, un dominio conferito dal sovrano. Uno staterello sui generis. Come tale Monleale si presenta nel decimo secolo e lo troviamo dipendente dal Vescovo e dai Consoli di Tortona.

Quando Federico Barbarossa scese in Italia per assoggettare i Comuni, Milano e Tortona si opposero. L'Imperatore vinse il noto assedio del 1155, quindi tolse Monleale a Tortona a cui poi la restituì, come abbiamo visto per gli altri paesi della Val Curone.

Il colle su cui sorge l'abitato era denominato "della forca" nel senso di valico, passaggio, tra due colli, per la valle attigua. In latino è denominato Mons legalis. Su questo colle venne edificato il Castello che in un istrumento del 1172 è citato come costruito con fossati e torri, di cui si conservano le fondamenta.

Nel secolo XVI, Monleale con il suo Castello appartiene al Ducato di Milano ed è di tendenza ghibellina, mentre il vicino Volpedo è partigiano guelfo-francese.

Da qui il conflitto, narrato diffusamente nel libro STORIE SFORZESCHE di Italo Cammarata.

Monleale nella forma e nella posizione attuale è stato edificato dal Vescovo e dai Consoli di Tortona. In un istrumento del 1172, 7 novembre si legge: “Marinaro del fu Dodone di Volpedo coi suoi nipoti Bonifacio e fratelli gli del fu Vernacio e Vescovo Oberto di Montemarzino e Teodisio di Columbassi e Rubaldo ed Enrico figli del fu Teti donano ad Oberto Vescovo di Tortona e conte e preside di tutta la terra (Tortonese) il monte della Forca che oggi si chiama Monleale affinchè si edifichi un castello con la villa con fossati e munizioni dello stesso castello e della stessa villa e lo riprendono da lui in feudo”.

E difatti già prima del 1174 esisteva un Monicale che Federico Barbarossa tolse ai Tortonesi e poi restituì.

Nel 1408 l'odierno paese era degli Opizzoni. Dal Duca Filippo e Maria Visconti nel 1412 fu dato in feudo a Pierino Cameri, di cui avremo occasione di parlare, con Volpedo, Volpeglino, Sarezzano, Selva e Carbonara.

Il di lui figlio lo vendette con altri luoghi ad Antonio Guidobono Cavalchini. Il feudo, a quanto pare, per mezzo di dote passò in parte ai Cane ed ai Calcamuggi e sotto tale consorzio durò fino all'estinzione dei feudi.

Poste queste notizie è difficile ammettere ciò che al proposito scrisse il Guasco. Triste fama lasciarono gli ultimi Calcamuggi morti in miseria.

Il castello sorgeva sulla parte posteriore ed era munito di tre torri di cui si vedono le vestigia.

In un registro sussistente in quell'archivio parrocchiale si trovano diverse notizie tristi: nel 1771 terribile grandinata che schiantò persino gli alberi e produsse una carestia di tre anni; nel 1778 il Re ordinò che si facesse un magazzino a cui si portassero tutte le granarie da vendere a prezzo di calmiere pena di morte a chi non le portasse.

Nel 1779 una moltitudine di bruchi divorava i raccolti e fu chiamato il Vescovo per scongiurarli; nel 1783 altra carestia a causa di una siccità durata sei mesi; 1792 fallanza generale dei raccolti: il Re fece arrivare granaglie dalla Sicilia; 1796 Napoleone impose una taglia di L. 4000.

Nel 1787 si legge questo lamento: Da che hanno abolito le feste (le soppresse) a richiesta del Re, le cose sono sempre andate male. Nel 1798 i giani innalzarono con l'aiuto dei Francesi l'albero della libertà ed obbligarono a portare la coccarda, pena la prigione.

Nel 1799 i Russi misero una contribuzione di 400 pani, tre brente di vino e 4 bovini sino al nuovo avviso; inoltre i Russi, tutti ladri, spogliarono quanto incontrarono: anche i tedeschi imposero la contribuzione; 1801 primo anno della repubblica piemontese, grande festa ovunque e Messa cantata.

Monleale era comune autonomo, fu soppresso e unito a quello di Volpedo nel 1926 e ripristinato dopo il 1947.

L’acqua potabile vi fu condotta nel 1899 e distribuita nelle case nel 1922.


IL CASTELLO

I signori del luogo, appartenenti al consortile supponide – viscontile dei signori di Volpedo, con atto, nel 1172, cedettero al Vescovo Oberto ed al Comune di Tortona un monte già detto “della Forca” e poi soprannominato Monslegalis, affinchè vi fosse costruito un castello con villa e fossati, che venne loro restituito in feudo.

Con il diploma di riconciliazione del 1176 tra Federico Barbarossa ed il Comune di Tortona, il fortilizio veniva assegnato al contado della città. Già feudo degli Opizzoni, nel 1412 la località, assieme a Volpedo, Volpeglino, Sarezzano e Castellaro fu investita dal Duca Filippo Maria Visconti al prode suo capitano Perino Cameri, detto da Tortona, la cui pronipote Despina, figlia di Tristano, ne portò in dote la metà al marito Giulio Guidobono, che ne fu investito nel 1555.

Un'altra quota, attraverso Ottavia, figlia di Lorenzo Bartolomeo, passò nel 1702 nei Calcamuggi, che ne godettero il possesso sino all’abolizione della feudalità.

Su di un colle, al centro dell’abitato, sussistono le ultime vestigia del castello, che era munito di tre torri.
(Merloni).


CHIESE E PIEVI

L’antica chiesa di Monleale probabilmente era situata tra il Monleale odierno e Bersano, in luogo ove la tradizione dice essere esistita una chiesa.

La parrocchiale ebbe titolo di prevostura nel 1789. Il campanile è del 1874. Il cimitero era attorno alla chiesa: fu trasportato in altro luogo nel 1839 e da lì nel luogo ove si trova attualmente nel 1914. Nel 1747 la compagnia del Gonfalone terminava l’erezione del proprio oratorio cui furono impiegati più anni di lavoro: prima ufficiava la chiesa di San Giuseppe. Nel 1789 la chiesa aveva 5 altari, un beneficio di patronato dei feudatari ed ancora la chiesa di San Giuseppe con un altare in ordine: l’oratorio di San Rocco di patronato eredi Matteo Bruno.

Cenelli, in dialetto Sne, è l’antico Assanello ove il conte Adalberto e sua moglie possedevano beni (e forse tutto il paese) che donarono nel 1033 al monastero di Castiglione da loro fondato. Nel 1529 era parrocchia ed aveva un proprio cimitero. Nel 1299 troviamo Iacobus de Valselata clericus ecclesia sancti Petri di Azzenello.

(Goggi).


I GUIDOBONO, CONTI DI MONLEALE

La casata GUIDOBONO vanta discendenza dai potenti signori di Arquata, nel comitato di TORTONA, e godette il dominio feudale di molti feudi. Ebbero la signoria di CASSANO SPINOLA fino dal 1014. Nel 1183 Bernardo GUIDOBONO ottene investitura di parte di TORTONA dal marchese Guglielmo di GAVI. Antonio GUIDOBONO, fu segretario ducale nel XV secolo. Lanfranco e Squarciacampo GUIDOBONO nel 1204 ottenero investitura della terra di Rosano nel territorio di ALESSANDRIA en el 1278 Emanuele GUIDOBONO venne in possesso di PONTECURONE, nel comitato di TORTONA. Con diploma di Carlo III Re di Spagna del 1686 i GUIDOBONO ebbero il titolo di conti di MONLEALE.

Fonte: BIBLIOTECA STORICO ARALDICA GENEALOGICA GUELFI CAMAJANI
Fondata nel 1877 dal conte Cav. Guelfo Guelfi Camajani
Via Spirito, 27 - 50125 Firenze


I Guidobono sono sicuramente originari di Tortona, piccola, astoricamente città, oggi del sud del Piemonte ma anticamente città romana e successivamente comune autonomo nei sec. XII-XIV, prima di far parte del ducato di Milano. Il cognome é ancora relativamente diffuso nel Tortonese. Esiste un ramo della famiglia che nel sec XV aggiunse il cognome Cavalchini che ricoprì importanti cariche sia nel comune autonomo di Tortona e, poi, nel ducato di Milano. Originano da un Antoniotto Guidobono, che nel 1150 fu capitano di Tortona e, come tale, difese la città dall’assedio dell’Imperatore di Germania Federico detto il Barbarossa. I Guidobono Cavalchini, a cui appartengo, furono feudatari di numerose località del Tortonese, in particolare, della Val Curone, ove arrivarono a creare un vero e proprio stato, pressoché indipendente nel sec XV. Furono successivamente signori,baroni, conti e marchesi di paesi come Brignano, Frascata, Monleale, Volpedo, Castellar Guidobono, Volpeglino, Carbonara Scrivia, ecc.

Fonte: ANTONIOTTO GUIDOBONO CAVALCHINI
Istituto di alimentazione animale Università degli Studi Milano
Via Celoria, 10 - 20133 Milano (Italy)


Famiglia assai antica, cominciò a denominarsi usando il cognome di cui trattiamo, e poi, per il nome di uno dei membri, aggiunse il cognome Cavalchini. Per l’eredità e successione Garofoli i progeniti della casa ne assunsero il casato e l’arma. Fecero prova per Malta, come quarto Cavalchini e Bussetti, de ebbero un cavaliere professo. A prescindere dalle origini favolose che recenti studi dimostrano infondate, della origine cioé Manfredinga di questa famiglia, le prime memorie risalgono a un Giuliano castellano del castello di Porta Giovia a Milano, padre di Cavalchino, castellano pure per i Visconti di S. Angelo in Lombardia, di Lumello, morto a Lodi in data 2 novembre 1426 essendo castellano di quella città. Già prima dell’anno 1400 un ramo si era distaccato dando poi origine ai Visconti conti del Castellaro e Monleale, estinti verso la fine del XIX secolo. I discendenti di Cavalchino I si chiamarono Cavalchino per distinguersi da altri rami della famiglia in allora estinti. Da Gio. Francesco I di Antonio nacque Gerolamo governatore di Novara, di cui ebbe la cittadinanza in infinito per sé e i suoi discendenti. Castellano e governatore di Tortona per Cristierna Duchessa di Lorena, Regina di Danimarca e Signora di Tortona, e di Monsignor Giovanni Battista, Auditore della Sacra Rota.


GUIDOBONO ALTRO RAMO.

Trae probabilmente questa linea la sua origine da Guglielmo, sposo di Laura Bussetti. Da lui sarebbe disceso Francesco che fu padre di Giovanni Antonio, che ottenne l’aggregazione alle famiglie decurionali di Tortona. Da lui attraverso due gradi di generazioni, discese Giovanni, figlio di Luigi, il quale fu riconosciuto nobile con Decreto Ministeriale. Da lui nacquero Giuseppe Luigi e Annibale. La famiglia risulta iscritta negli elenchi nobiliari col titolo di nobile trasmissibile per linea maschile e femminile in persona di Giuseppe Luigi, figlio di Giovanni, figlio di Luigi.

Fonte: ISTITUTO ARALDICO DEI CONTE RONCO


MONLEALE - UN FEUDATARIO DI NOME TORTONA

MONLEALE E I SUOI MOLTI SIGNORI

Torniamo ora, all'incirca al XV secolo, a Monleale feudo. Come tale nel 1408 lo troviamo soggetto agli Opizzoni e quindi ai Visconti. Proprio sotto il Duca Filippo Maria Visconti ne diventerà padrone Perino Cameri chiamato poi Perino Tortona. La causa del passaggio furono i crediti dello stesso Perino verso il Duca e il passaggio avvenne con vicende interessantissime che Italo Cammarata ha scovato e raccontato in un libro che riassumiamo qui di seguito.
La storia comincia nel 1412, quando il Duca di Milano, Filippo Maria Visconti, è appena salito al potere e riprende la politica espansionistica del padre Giangaleazzo. Nell'Oltrepò tortonese e alessandrino tiene un Commissario che probabilmente ha 'ereditato' da Facino Cane quando, alla sua morte, ne ha sposato la vedova Beatrice: si chiama Perino Tortona fu   Giacomo. In realtà di cognome farebbe Cameri ma passerà alla storia come da Tortona o semplicemente Tortona.
Il Duca gli deve mesi e mesi di stipendi arretrati ma soldi non ce ne sono nelle casse ducali. C'è un solo mezzo per tener buono il creditore: dargli in paga la terra di Monleale che dipende da Tortona. E' un metodo che il Duca usa largamente nelle zone di confine: al comandante Piccinino, ad esempio, ha appena ceduto un centinaio di villaggi nell'appennino emiliano.
Perino accetta la proposta. Monleale viene valutata 1500 fiorini, che vengono scalati dal suo credito verso il Duca: la giurisdizione del paese viene separata da quella di Tortona e l'affare è fatto.
La stessa procedura viene seguita per Volpedo (che poi Perino lascerà alla Fabbrica del Duomo di Milano). Non si tratta di una classica infeudazione ma di qualcosa che somiglia molto ad un acquisto, tanto è vero che nell'atto «di vendita e dato in paga» stipulato nel gennaio 1413 a Milano c'è scritto che Perino potrà fare di Monleale «tutto quello che vorrà senza contraddizione nostra o di altri». 
Invece passano 58 anni e cominciano le grane.
Nel frattempo i Visconti sono spariti dalla scena: ora comandano gli Sforza, arrivati alla seconda generazione con Galeazzo Maria. Perino Tortona è morto lasciando suo erede l’unico figlio Antonio Giorgio. Proprio a lui nel 1471 si rivolge Pietro Trivulzio, commissario ducale nell'Oltrepò, per ricordargli che, come ogni buon feudatario, è obbligato a fornire al suo Duca entro Natale «uno cavallo bono da homo d'arme» cioè un cavallone che possa portare un uomo completo di armatura. 
È il tipico omaggio feudale che serve al Duca per rimpinguare le sue schiere ma anche per riconfermare la sua autorità su una moltitudine di riottosi. Ma Antonio Giorgio, benché molto fedele agli Sforza, fa presente davanti al notaio che lui feudatario non è perché suo padre, Monleale l'ha comprato e non ricevuto in dono. 
Il segretario ducale Cicco Simonetta incassa il colpo e decreta: «Non essendo feudatario Antonio Georgio da Terdona per il locho suo de Monleale. secondo che ne ha fatto constare per suoi privilegi, volemo non li debiate dare impazo [fastidio] alchuno per lo cavallo gli havete richiesto come feudatario».
Così la vicenda sembra chiusa. Ad Antonio Giorgio seguono i suoi eredi, poi verso la metà del '500 il 50% di Monleale finisce nelle mani della famiglia Guidobono grazie al matrimonio fra Despina Tortona e Giulio Guidobono. Nel 1682 un documento riporta: «Monleale resta divisa in due parti, una metà  chiamata parte Guidobona, l'altra metà chiamata parte Tortona». 
Quest'ultima la possiedono già i due fratelli Stefano e Domenico Tortona. Abitano a Tortona e col paese hanno rapporti turbolenti tanto che all'inizio del 1680 al fisco di Milano arriva una denuncia della Comunità di Monleale verso la quale Domenico Tortona «resta debitore di grossa somma ma havendo due consoli tutti di sua casa et suoi adherenti, non hanno voluto notificarlo [pignorarlo]. Uno si chiama Giovanni Mogni di soprannome Capellazzo, l'altro Giovanni Frascarolo; gli altri due Consoli «non hanno havuto ardire per la potenza del feudatario». 
I Consoli sono coloro che reggono il Comune, e sembrano succubi o complici del Tortona.
Per quei tempi è una denuncia incredibile ma essa prosegue con toni ancora  più accesi:  «Tenevasi accertato in queste parti che la Real Giunta di Milano fosse un tribunale di rigorosa giustizia e che le pene meritate desse ai rei et assolutione a li inocenti ma sino a quest'ora il contrario pubblicamente si vede nella pesona del feudatario Tortona quale, abenché fatto reo di crimen lese maestà, calca di continuo le pubbliche anticamere delle Vostre Signorie illustrissime et, di quelle fattosi quasi pubblico teatro, fastosamente racconta ai signori ministri i di lui misfatti e, nella fine del racconto, dalla pena viene assolto». 
Pochi giorni prima un funzionario che doveva andare a Monleale a «prendere informazioni contro il feudatario Tortona» era stato bloccato «a persuasione di chi gli fu dall'oro abbagliata la vista». Si tratta di corruzione di pubblico ufficiale. Il Tortona «fattosi baldanzoso, ha mutato le anticamere delle Signorie Vostre in continuo et sicuro allogio mentre in esse per mezzo del denaro va negoziando il perdono delle di lui colpe» tanto che va dicendo di avere quasi convinto il Fisco «aciò non gli apprenda [sequestri] il feudo et beni, che per li delitti da lui commessi, come pubblicamente consta nell'officio del Delegato di Tortona, restano di diritto devoluti alla Regia Camera». 
Questo ricorso senza peli sulla lingua si chiude con una minaccia per nulla velata: «Quando non si veda altra provisione, saranno sforzati li poveri sudditi a far copiare il processo fabbricato contro il suddetto Tortona et mandarlo in Madrid acioché sii conosciuto il danno e l'estorsione dei poveri sudditi».
Come dire, ci pensarà il Re di Spagna a sistemare le cose di Monleale, visto che a Milano non si riesce a ottenere giustizia. Bisogna dire che questa specie di ricatto non era cosa insolita e spesso otteneva qualche effetto perché a Madrid i sospetti sull'amministrazione milanese trovavano sempre buon ascolto e le commissioni d'inchiesta furono numerose.
Non sappiamo come proseguì questa vivace vertenza. Di certo il Tortona rimase ancora titolare della sua parte di Monleale e ci vorranno ancora 47 anni per liberarsi dall'ultimo dei Tortona. Nell'ottobre 1727 moriva il sergente maggiore Stefano Tortona, confeudatario di Monleale. Pochi anni prima era scomparso il suo unico fratello maschio Domenico. I due fratelli, entrambi militari di carriera, erano rimasti scapoli. Così il fisco milanese fu subito avvisato che, grazie all'assenza di discendenti maschi legittimi, la loro parte del feudo di Monleale poteva essere incamerata dallo Stato, come prescriveva la legge. Ma alla fine di dicembre si fece avanti un pretendente, il conte Agesilao Cane de Bisnati, che (non sappiamo perché) era stato lasciato erede universale da Stefano Tortona. 
Erede sì ma non discendente, gli fecero ossevare, e quindi non meritevole di ereditare un feudo che poteva passare soltanto ai figli maschi legittimi nati da matrimonio, come c'era scritto in tutte le investiture.
Ma Cane aveva buoni avvocati e riversò centinaia di documenti sugli uffici milanesi. Obiettivo: dimostrare che Monleale non era un feudo e che quindi lui lo poteva benissimo ereditare anche senza essere figlio dell'ultimo titolare. Così il questore milanese Alimento Porta, dopo aver compulsato tutti i documenti (e averceli conservati) dichiara nel 1728 che la tesi del Conte è giusta. Monleale non è mai stata feudo e metà del paese tocca a lui.
Un decennio dopo i fatti sopra riferiti, Monleale con il Tortonese passò alla casa Savoia con il Re Carlo Emanuele III e da allora seguirà le vicende piemontesi. Per questo periodo il Goggi ci riferisce i seguenti particolari:
Nel 1778 il Re Vittorio Amedeo III ordinò che si facesse un magazzino a cui si portassero tutte le granaglie da vendere, a prezzo di calmiere, pena di morte a chi non le portasse. 
 
Ancora il Re Vittorio Amedeo III nel 1792, per la fallanza dei raccolti, fece arrivare granaglie dalla Sicilia.

Abbiamo pure una serie di vicende interessanti la campagna: 
 
Nel 1771 una terribile grandinata schiantò raccolti e alberi e produsse una carestia di tre anni.
Nel 1779 una moltitudine di bruchi divorava i raccolti e fu chiamato il Vescovo per scongiurarli.
Nel 1783 altra carestia a causa di una siccità durata sei mesi. Altre traversie si sarebbero susseguite tant'è che la popolazione trova da lamentarsi anche contro il Re per avere chiesto al Papa (1787) di abolire le feste, oggi dette soppresse.
 
Una menzione particolare per fenomeni astrali e metereologici a Monleale la dobbiamo all'anno 1604 e 1605. Il parrocco Don Cesare Curone in una pagina del registro dei battesimi evidenzia i seguenti fenomeni che hanno meravigliato e scosso lui e la popolazione anche perché restarono misteriosi: 
«dal 29 settembre 1604 fino al 7 febbraio  1605 non vi è mai piovuto una goccia, con giorni di nebbia folta e con gran brina e polvere continua. In tal modo che io la vigilia di Sant’Antonio feci spazzare la strada e condurre la polvere alli prati. 
Al 28 Gennaio 1605 a ore due di notte furono vedute tre stelle le quali cascarono dal cielo con tanto lume che il loro chiaro occupò quello della luna e cadettero ma non si sa dove; solo che nel cadere fecero tanto rumore che le case tremarono». 
 
Con Napoleone troviamo una taglia di L. 4.000 imposta al paese in occasione della sua prima venuta nel tortonese (1796). 
 
Due anni dopo «i portatori di uguaglianza e libertà» si insediano a Tortona mandando nei paesi dintorno i messaggeri per l'adesione «alle novità», «alla democrazia», «ai moderni tempi». Un gruppo di giacobini a Monleale con l'aiuto dei Francesi obbligheranno tutti a portare la coccarda, pena la prigione.
Ma l'anno seguente, cambiamento di bandiera. Gli austro-russi vittoriosi da Varzi scendendo per la Val Curone fanno sosta a Monleale imponendo, come d'uso, una contribuzione che nel caso fu di 400 pani, 300 boccali di vino e 4 bovini per la loro permanenza, il tutto seguito da ruberie verso la popolazione spogliando quanto incontravano.
L'anno seguente ritornano i Francesi ed inizia il dominio di Napoleone che assoggetta diocesi e parrocchie. A fianco dei parroci obbliga la presenza dei fabbriceri con voto deliberativo per l'amministrazione parrocchiale.
Nel 1801, primo anno dell'Impero, grande festa con messa cantata. Seguiranno negli anni seguenti ordini imperiali per il canto del Te Deum in occasione delle vittorie e nel giorno onomastico. Il 14 Agosto si festeggiava San Napoleo(ne) e in tale circostanza arrivava l'ingiunzione di provvedere, «per l'esaltazione della grandezza imperiale»,  una particolare solennità e doveva predicare un oratore all'uopo, provveduto (e pagato) dal parroco.
Con la restaurazione (1815), seguita alla caduta del «grande corso», Monleale divenne Comune autonomo appartenente prima al Piemonte e poi (1861) al Regno d'Italia.
Nel 1927 Mussolini lo aggrega a Volpedo con rammarico degli abitanti, parroco compreso, per la perdita della vetusta autonomia. Alla caduta del Fascismo, prima preoccupazione dei monlealesi fu il ritorno del Comune; Volpedo chiese lo stralcio per le frazioni di Cusinasco e dintorni. Altro ricorso al capo dello Stato, e Monleale ottenne l'autonomia con lo stesso territorio che aveva al tempo della soppressione.



 Torna indietro